Il Paese dove non si muore mai

Da Arrigo Balladoro

In Fiabe venete

A cura di Dino Coltro

 

Nella corte di un contadino, c'era una colombaia diroccata. Alcune civette vi avevano fatto la loro casa e passavano le giornate imbastendo maldicenze e cattiverie d'ogni genere. Tutti quelli che erano costretti a passare lì davanti, si sen­tivano piovere addosso offese, parolacce e tristi profezie. Era­no proprio delle civette del malaugurio.

Un giorno, il figlio più piccolo del contadino stava giocan­do poco lontano e non si era accorto che le civette lo stavano osservando. Poi, una cominciò a dire:

«Guarda che bel bambino è ancora piccolino

ma grande diventerà e come tutti morirà»

Un'altra ripete come l'eco:

«e come tutti morirà.»

«Cosa avete da brontolare civettacce!» gridò il piccolo.

E un'altra:

«e come tutti morirà»

 

Il piccolo lanciò con rabbia un sasso nel gruppo delle vec­chie megere, ma queste erano già sparite.

«Questa storia di dover morire non mi va proprio a genio» cominciò a pensare il bambino.

E pensa e ripensa, un giorno decise di partire.

«Mamma» disse «Voglio andare in giro per il mondo, in cerca del paese dove non si muore mai.»

I suoi non gli diedero granché ascolto: se proprio voleva andarsene, una bocca in meno da sfamare.

Cammina, e via e cammina, finalmente incontrò un vec­chio che spingeva una carriola di pietre.

«Buon vecchio» gli domandò «Sapreste indicarmi la strada che conduce al paese dove non si muore mai?» «La strada proprio non la conosco» rispose il vecchio, asciugandosi la fronte dal sudore. «Ma se resti con me, vivrai cento anni! Devo costruire una montagna con queste pietre e mi occorrono giusto cento anni.» «E raggiunti i cento anni dovrò morire?» «Certo, dovrai morire.» «Allora grazie tante, ma con voi non ci resto. Cent'anni di vita sono troppo pochi.» E riprese il cammino e via e via, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, finalmente arrivò in un bosco, così fitto e buio, che nessuno prima di lui aveva avuto il co­raggio di attraversare. Si fece forza e proseguì tra alberi alti e frondosi finché raggiunse una radura piena di sole. Un vec­chio boscaiolo stava abbattendo delle piante, con colpi misu­rati d'accetta.

«Buon vecchio»gli domandò«Sapreste indicarmi la strada che porta al paese dove non si muore mai?» «Magari lo sapessi»rispose il vecchio, posando l'accetta. «Ma se vuoi vivere duecento anni, sta con me, perché questo è il tempo che mi occorre per tagliare tutto il bosco.» «E compiuti i duecento anni dovrò morire?» «Proprio così» «Duecento anni di vita per me sono pochi. Grazie tante, ma me ne vado.» E proseguì camminando per giorni, mesi, stagioni e anni, finché arrivò a una spiaggia sterminata, dove vide un vecchio con un anatroccolo.

«Buon vecchio»gli domandò«Sapreste dirmi quale direzione devo prendere per raggiungere il paese dove non si muore mai?» «Proprio non lo so»rispose «Ma se resti con me vivrai tre­cento anni, giusto il tempo necessario perché l'anatroccolo beva l'acqua di questo mare.» «E dopo i trecento anni?» «Dovrai morire, ecco tutto!» «No, no, trecento anni sono troppo pochi. lo cerco il paese dove la vita non finisce mai!»

Si rimise per via e cammina, cammina, cammina per gior­ni, mesi e anni: il tempo passava, passava...

Arrivò una sera, davanti a un meraviglioso palazzo di ve­tro e bussò Gli venne ad aprire un vecchietto grinzoso, tutto coperto da una gran barba bianca.

«Cosa cercate, buon giovane, in questo posto ai confini del mondo?» «Voglio trovare il paese dove non si muore mai!» «  proprio questo! Lo hai trovato»gli rispose il vecchietto. «Allora posso restare?» «erto. Sono felice che tu mi tenga compagnia.» Da quel momento, il giovane restò nel palazzo di vetro con il vecchietto. Faceva una vita da gran signore e non si accor­geva neppure che il tempo passava, cambiavano le stagioni e le cose.

Un giorno, d'improvviso, fu preso da una acuta nostalgia del paese dove era nato, dei luoghi della sua infanzia, delle persone che aveva lasciato.

«Voglio tornare a casa» disse al vecchietto che lo sconsigliò di fare quel viaggio, faticoso e inutile.

«Non troverai più nessuno di quanti hai conosciuto. Le cose sono cambiate: il tempo muta ogni cosa, cancella tutto.» Ma il giovane si intestardì ogni giorno di più non voleva sentire ragione.

«Se proprio vuoi andare»gli disse il vecchietto «Se proprio vuoi tornare a casa, non sarò io a trattenerti. Fa' quello che vuoi. Anzi, ti regalo il mio cavallo bianco che non si stanca mai di camminare. Sta' attento di non scendere mai di sella, per nessuna ragione. Se appena tocchi terra col piede, sappi che morirai.» Il giovane ringraziò dell'avvertimento, salutò il vecchietto calorosamente, montò a cavallo e via di gran galoppo. Galoppa e via, galoppa, e man mano che passava da un posto, cercava di riconoscerlo.

«Ma qui c'era la spiaggia con il vecchietto!» Il mare era scomparso, non c'era nemmeno l'anatroccolo che se l'era bevuto e del vecchio erano rimaste sol tanto poche ossa.

«Ho fatto bene a non fermarmi qui. Adesso sarei già  morto.» Galoppa e via, arrivò dove, un tempo, c'era stato il bosco adesso si estendeva il deserto e nel deserto un'accetta arruginita.

«oh, qui ho incontrato il boscaiolo»pensò «vedi? ho fatto bene a non ascoltarlo: ora sarei già morto.» Galoppa e via, finché trovò una montagna di pietre fino al cielo: a metà costa, vide una carriola mezza coperta di convolvoli.

«Mi ricordo il vecchio che spingeva la carriola! È morto anche lui: ho fatto bene a non fermarmi, adesso sarei morto.» Arrivò al suo paese e restò sorpreso: non gli pareva quello, non conosceva nessuno e nessuno conosceva lui. Si sentì veramente solo, oppresso da una grande malinconia e pianse.

«Voglio tornare al palazzo di vetro, dove niente cambia» e decise di ritornare indietro.

A metà del suo cammino, incontrò un vecchio gobbo dalla fatica, che si tirava dietro un carretto di scarpe vecchie «Per carità aiutami, da solo non ce la faccio a tirare questo peso!» «Non posso scendere da cavallo» rispose il giovane. Ma poi, mosso da compassione, smontò per aiutarlo a tirare il carretto.

Appena messo un piede a terra, il vecchio l'afferrò e sghignazzando disse:

«T'ho preso finalmente! Vedi queste scarpe rotte? Le ho consumate a furia di correrti dietro. lo sono la Morte, e a so non potrai più sfuggirmi.» Il giovane non fece in tempo a recitare una preghiera che la Morte se lo prese e scomparve là dove la terra finisce.