C’era una volta un piccolo paese ai piedi di una collina, nel quale viveva un ragazzo curioso cui piaceva ascoltare storie di luoghi lontani.
Poi gli uomini della terra si misero a camminare, dritto verso il sole che cadeva. Prima rimanevano fermi pure loro. Il sole, il loro occhio del cielo, stava fisso. Insonne, sempre aperto, lì a guardarci, intiepidiva il mondo.la sua luce, sebbene fortissima, Tasurinchi riusciva a sopportarla. Non c’era male, non c’era vento, non c’era pioggia. Le donne partorivano bambini puri. Se Tasurinchi voleva mangiare, immergeva la mano nel fiume e ne tirava fuori, guizzante, un sabalo; o scoccando la freccia senza mirare, faceva poi qualche passo nel folto e subito inciampava in una tacchinella , una pernice o un trombettiere colpiti dal dardo. Non mancava mai di che mangiare. Non c’era la guerra. I fiumi straripavano di pesci e i boschi di animali. I mashco non esistevano. Gli uomini della terra erano forti, saggi, sereni e uniti. Erano tranquilli e senza collera. Prima di poi.
Quelli che se ne andavano, ritornavano, infilandosi nello spirito dei migliori. Sicchè, di solito, nessuno moriva. “Devo andarmene” diceva Tasurinchi. Scendeva in riva al fiume e si faceva un letto con foglie e rami secchi (...) Si coricava, se ne andava, e, di lì a poco ritornava, installandosi in chi aveva cacciato di più , aveva lottato meglio o rispettato i costumi. Gli uomini della terra vivevano uniti. Tranquilli. La morte non era la morte. Era andarsene e ritornare. Invece di indebolirli, li irrobustiva, aggiungendo a quelli che rimanevano la saggezza e la forza degli andati. “Siamo e saremo” diceva Tasurinchi “Sembra che non moriremo. Quelli che se ne vanno, sono ritornati. Stanno qui, sono noi”.
Mario Vargas Llosa “Il narratore ambulante” p.35
Grazie a Tasurinchi, il seripigari delle lucciole, non mi annoio mai quando viaggio. Non provo neppure tristezza; penso: “Quante lune mancheranno ancora per incontrare il primo uomo che cammina?”. Piuttosto mi metto ad ascoltare. E imparo. Ascolto con attenzione, come lui faceva. Con cura, con rispetto, ascoltando. Dopo un po’ di tempo, la terra si decide a parlare. Così come durante lo sballo si decide a parlare la lingua di tutti e di tutte. Le cose che meno si crederebbe, parlano. Eccole lì: che parlano. Le ossa, le spine. I ciottoli, i giunchi. I cespugli e le foglie che stanno germogliando. Lo scorpione. La fila di formiche che trascina la mosca nel formicaio. La farfalla con l’arcobaleno sulle ali. Il colibrì. Parla il ratto arrampicato sul ramo e parlano i cerchi sull’acqua. Buono buono, disteso, con gli occhi chiusi, il parlatore sta ascoltando. Che tutti si dimentichino di me, pensa. Una delle mie anime se ne va, allora. E viene a trovarmi la madre di qualcosa che mi circonda. Sento, comincio a sentire. Sto già intendendo. Tutti hanno qualcosa da raccontare. Lo scarabeo, pure. Il sassolino che a stento si vede, emergendo dal fango, pure. Persino il pidocchio nei capelli che si spezza in due con l’unghia ha qualcosa da raccontare. Magari ricordassi tutto quello che mi capita di udire. Non vi stanchereste di ascoltarmi, forse.
Certe cose sanno la loro storia e le storie degli altri; certe altre solo la propria. Chi sa tutte le storie possiederà la saggezza, senza dubbio. Di taluni animali io ho imparato la storia. Tutti sono stati uomini, prima. Sono nati parlando, o per meglio dire, dal parlare. La parola è esistita prima di loro. Poi, quello che la parola diceva. L’uomo parlava e quello che stava dicendo compariva. Questo era prima. Adesso, il parlatore parla, e basta. Gli animali e le cosa ormai esistono. Questo è stato dopo.
Mario Vargas Llosa “Il narratore ambulante” p.112
Qui si può andare alla caccia colla mano, sono tanti uccelli, come le mosche in Italia, la quantità d’uccelli, tortorelle, colombi, anitre, e tante qualità non conosciuti, e quadrupedi moltissimi.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.86
Qui dal più ricco al più povero vive a carne, pane e minestra ogni giorno e alla festa tutti bevono allegramente ed anche il più povero tiene una cinquantina di lire in tasca. (...) c’è posto e da mangiare per tutti.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.129
...in Americha non si muoie di fame si magna pane fresca e carne fresca e uceli aquantita che in Ita lia no ge nà.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.87
... qua noi al tri siamo si churi di far soldi e non stia aver dispiacere di lasciare la polenta che qua si magna buona carne e buon pane e buoni uceli. I Signori di talia diceva che in america si trova delle bestie feroce, in i talia sono le bestie che sono i signori.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.87
Ora che le scrivo si sono allontanati gli Americani burberi, quindi di nulla si teme....
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.125
Oggi, 11 giugno, è arrivato il M.R. Padre Luigi De Cimitale, italiano, accompagnato da cinque frati indigeni. E’ venuto per incivilire, con la grazia di Dio i Bulgari, che continuano a mietere vittime, come avvenne il 24 maggio u.s. in cui uccisero con una freccia un giovane di 22 anni, oriondo da S:Polo di Piave.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p. 117
Un giorno decise e che piuttosto di lasciarsi morire come tutti i paesani nel luogo dove era nato, sarebbe andato in cerca di quel paese al di là del mare, e per spararla grossa disse che andava nel paese dove non si muore mai. Voltandosi indietro mentre andava a piedi verso la stazione guardò le case dove era cresciuto, dove vivevano tutte le persone che conosceva, e per un momento si chiese se le avrebbe più riviste. Ma poi si girò, e sistemandosi la cinghia dello zaino riprese la sua strada.
Il treno sbucò da una galleria
e dal finestrino vide il mare, là in basso, ed allargarsi la grande città ed il
porto. Scese alla stazione in mezzo ad un inferno di gente che correva, si
chiamava, spingeva carretti e trascinava valigie. Lingue sconosciute, vestiti
diversi, facce straniere, odori pungenti. Aveva qualche soldo da parte ad andò
a mangiare in trattoria. Poi si incamminò a piedi verso il porto, contento e
leggero, per arrivare giusto a mezzanotte all’imbarco. Quando si accorse che
seguivano proprio lui fece appena a tempo a mollare per terra la valigia ed a
guardare solo il riflesso della lama del coltello. Poi il vuoto, senza soldi e
senza biglietto, e come in un sogno sentirsi ripetere che la guardia non poteva
farci niente, che erano cose che capitavano, che si arrangiasse.
Poi la calca, vederla almeno
da vicino la nave che se ne andava portandosi via i suoi sogni, gente che
salutava, che spingeva, la fila che saliva lungo la scaletta e lui preso in
mezzo, l’ufficiale che conta anche lui, ed eccolo sulla nave. Nascondersi,
prima che si accorgano che i conti non tornano, dentro un deposito, tra casse e
valigie.
Il deposito comincia ad ondeggiare, da una parte e dall’altra. Non ci sono finestrini, ma c’è altra gente il ragazzo sta attento a non farsi notare, ma non c’è aria. Lo stomaco sembra salirgli in gola, sente tutti gli odori di cuoio, di legno, di vernice, di sale, di carbone. Poi qualcuno nel buoi del deposito vomita, e il ragazzo deve uscire, succeda quel che vuole, se resta lì dentro si sente morire.Fuori nessuno bada a lui. E’ un inferno, altro che trecento persone, sulla nave saranno almeno ottocento, e tutti che stanno male. Allora lui esce sul ponte. E lì si respira. Un cerchio di persone vestite strane stanno mangiando allegramente seduti sul ponte, parlando una lingua che non conosce. Qualcuno comincia a suonare e le ragazze ballano.
Ecco che il fischio del piroscafo annunzia che si deve salutare la patria e si parte verso la terra da tanto tempo desiderata. Se il tempo è favorevole tutto va bene, ma è difficile compiere il viaggio così lungo sempre col buon tempo. Non trovo parole adeguate per descriverle per l’intiero lo sconvolgimento del piroscafo, i pianti, i rosari e le bestemmie di coloro che hanno intrapreso il viaggio involontariamente in tempo di burrasca. Le onde spaventose si innalzavano verso il cielo, e poi formavano valli profonde, il vapore è combattuto da poppa a prua, è battuto dai fianchi. Non le descriverò gli spasimi, i vomiti e le contorsioni dei poveri passeggeri non assuefatti a cositali complimenti. Il giorno che il mare è in burrasca, pochi sono quelli che vanno a prendere il rancio (...). Tralascio dirle dei casi di morte che in media ne muoiono 5 o 6 per 100, e pregare il Supremo Iddio che non si sviluppino malattie contagiose, che allora non si può dire come l’andrà.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.171
Nel bastimento diversi ci manifesta che in quello non ci può stare che 300 persone e invece ce ne sono più di 800 che siamo fissi come le sardelle il vivare...
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.76
Finchè qualcuno, per primo, vede la terra dopo tanti giorni di orizzonte sempre uguale. Ed è di nuovo una gran confusione, il ragazzo scende dalla nave accodandosi ad una fila di facchini che scaricano bauli, e si trova in una grande città, ma finalmente al di là del mare. Un signore ben vestito di bianco gli dà anche la mancia, poi gli chiede se può portargli i bauli fino al teatro, e il ragazzo lo segue. Per la prima volta in vita sua vede un teatro, grande come una città in una città grandissima. Ed un via vai di scale e scalette come dentro la nave. E spiando da un finestrino il ragazzo vede il teatro riempirsi di signori, e poi l’opera, e vedendo il protagonista morire si ricorda la sua scommessa, e scappa via, nella notte, in cerca del paese dove non si muore mai.
Semplicemente non riusciamo a distoglierli dalla loro idea fondamentale che la nostra vita quotidiana costituisce un’illusione, dietro la quale si cela la realtà dei sogni. E’ vero che ciò si avvicina in qualche modo alla nostra idea di salvezza, però... Questo, lo interrompe Fitzcarraldo, m’interessa moltissimo, sa io sono un uomo di teatro d’opera....
Werner Herzog “Fitzcarraldo” p.73
Quando chiede qualcosa tutti gli rispondono a gesti che non capiscono. Finchè trova qualcuno che parla la sua lingua, e lo porta all’osteria, piena di uomini. C’è uno che fa un discorso, e cerca contadini disposti a lavorare in cambio di un pezzo di terra tutto per loro. Si tratta solo di disboscarlo, e il governo lo da in concessione perpetua. L’agenzia affitta gli attrezzi il cibo e le sementi, molti accettano.
Ma arrivati alla foresta il
lavoro è durissimo, i contadini muoiono per gli animali velenosi, le belve, gli
indiani, le malattie.
Un giorno mentre l’albero
gigantesco che sta tagliando si abbatte al suolo, il ragazzo lo sente gridare e
decide che quello non è il paese dove non si muore mai. Lascia i compagni e
riparte.
- Qui la gente è tanto buona che è una meraviglia, diceva che sono indiani invece sono tutte cabale – in Italia non si trova gente di educazione come qui. Siamo vicini alle montagne, mi pare di vedere tutto le nostre, - alla sinistra sono piuttosto magre, ma l’aria è buona. Potevamo andare più avanti, ma noi non siamo stati contenti perchè qui pare la nostra aria, abiamo tanta terra per famiglia che tutta quella che è in Attimis non è tanta quanta qui ne abbiamo per ogni famiglia. Qui abbiamo buoi sufficienti, ed armenti e un cavallo per famiglia, - il vitto per un anno, semenza per tutti i generi ed attrezzi. (...) La gente qui non lavora nulla . Seminano la biava poi non fanno altro, non zappare ne raccogliere, e tuttavia hanno la biava come la nostra, io non so come possa venire in quella maniera, fissa e piena d’erba, lavorano proprio malissimo eppure ottengono raccolto.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.85
Pioggia torrenziale, pioggia fitta, pioggia a rovesci. Un gigante della foresta, quasi interamente soffocato dalle liane, coperto di muschio, invecchiato, incanutito nella lotta per raggiungere il tetto di luce, ad un tratto ha un fremito dalla cima ai piedi. Scricchiola, manda un gemito terribile, quasi umano, poi si piega lentissimamente in avanti, si inclina sempre di più, e infine cade rapidamente, e dentro di noi gridiamo: CADE! Cade con un ultimo inchino davanti alla forza degli uomini, alle accette degli uomini. Con uno schianto spaventoso si abbatte sul terreno. E accanto ad esso, ecco piegarsi quello vicino, subito dopo un altro, e poi un altro ancora, è una foresta che oscilla e che si abbatte su se stessa.
Nella foresta s’inerpica ripido il versante marcescente e putrido, e qui sono convenuti su un ampio fronte gli indios, che a colpi di machetes liberano la foresta dal fitto sottobosco e dal groviglio arruffato delle liane. Nembi di zanzare si sollevano intorno a loro, e dall’alto cadono polverizzandosi gocce di pioggia tropicale. Gli aguarunas manovrano i loro taglientissimi machetes con movimenti leggeri, quasi ciondolanti, quale eleganza, quale decisione nei loro atti! Eppure sappiamo bene che in poche settimane la foresta si sarà di nuovo richiusa su se stessa. Le liane pensili, quando sono staccate, esitano dapprima per un lungo momento, come se volessero contestare la propria distruzione, come se avessero bisogno di rendersi conto per un attimo di quanto sta succedendo, poi precipitano al suolo sommergendosi a vicenda. Con un solo colpo di machete vengono tagliati arbusti carnosi, che si piegano di lato col loro largo fogliame, e dal punto del taglio sprizza rabbiosamente un umore biancastro. Orchidee sensuali occhieggiano ai tagliatori meditando avvelenamenti.
Werner Herzog “Fitzcarraldo” p.94 – 95
Arriva ad una montagna dove un fiume di persone si muove come attorno ad un formicaio. È una grande miniera di metalli preziosi. Qui, gli spiegano, c’è da lavorare per tutta una vita prima che si esaurisca la vena. Lui si ferma ed entra a far parte delle squadre di minatori che scendono sottoterra. Un giorno un suo compagno gli chiede di scambiare il turno, perché vuole andare a trovare una ragazza dopo il lavoro. Ma mentre l’amico è sotto al suo posto, si sente un’esplosione e poi un fumo nero esce dal pozzo, dentro al quale rimangono imprigionati i minatori. Il ragazzo rimane per un giorno intero steso sul letto a guardare il soffitto. Poi esce dalla baracca e senza salutare nessuno riparte in cerca del pese dove non si muore mai.
Sale una valle lungo le montagne, attraversando paesaggi stupendi, finchè arriva su di un altopiano, dove si stende un grande lago. Sul bordo del lago delle persone filtrano l’acqua per setacciare la sabbia. Si tratta del lago del re immortale. Il ragazzo sente un tuffo al cuore, forse ha trovato quello che sta cercando.
Ogni anno il re del paese
compie una cerimonia per rimanere immortale. Si cosparge di polvere d’oro, e
poi con una barca si reca al centro del lago, dove getta nell’acqua grandi
tesori e poi si bagna. L’acqua del lago è ritenuta miracolosa d a tutti i
popoli intorno, che possono anche setacciarla per estrarne qualche pagliuzza
dorata. Finchè il lago non sarà svuotato la vita del paese è garantita.
Il ragazzo aspetta il re alla
cerimonia, e decide di fermarsi sulla riva del lago.
Ma dopo un anno vede tornare
il re, un po’ più vecchio ed un po’ più stanco. Decide allora di ripartire.
Sale su di una montagna, ed arrivato ai piedi di un ghiacciaio vede aprirsi una porta. Entra e percorre un lungo viaggio sotto il ghiacciaio, tra pareti bianche scintillanti, finchè arriva ad uno splendido palazzo sulla cima di una montagna, dove lo accoglie un vecchio. E’ il magico custode del paese dove non si muore mai.
Sai come gli indios chiamano la foresta vergine? La chiamano IL PAESE SOGNANTE, e qui, dove ci sono le rapide, IL PAESE CHE DIO CREO’ NELLE COLLERA.
Werner Herzog “Fitzcarraldo” p.19
Era un palazzo di vetro nel cuore delle montagne. Si trovavano in una foresta di alte canne di vetro, talora ramificate, disposte in colonnati, boschetti, balaustre circolari. C’era nell’aria un suono delicato, di campane di vetro, campane cilindriche, di lontane cascate, o così sembrava. Tutti i pilastri di vetro erano cavi, e riempiti con colonne di liquido – color del vino, zaffiro, ambra, smeraldo e argento vivo. Se si toccavano quelli più sottili, il liquido scattava verso l’alto, poi si stabilizzava. Su altre colonne fluttuavano nell’acqua bolle di vetro, su e giù, e da ciascun palloncino pendeva l’indicazione in oro del peso. Nell’atrio in penombra, fantastiche candele fiorivano in boccioli di vetro, o luccicavano dietro sagome di vetro collocate su cengie e fenditure. Procedendo tra gli steli di vetro, tutti impercettibilmente in movimento, arrivarono a un’altissima sala miracolosamente illuminata dalla luce solare attraverso il vetro chiaro di un’alta finestra a imbuto, in alto, molto al di sopra delle loro teste. Qui, inoltre, gli strani cannelli si levavano più alti, alcuni assumendo la forma di cespugli di rose, alcuni di pilastri scolpiti, alcuni fantasticamente intrecciati con grappoli di vetro su tralci di vetro. E in questa stanza c’erano cascate autentiche d’acqua fredda che saltava oltre grandi lastre di vetro, simili a ghiaccio galleggiante, in pozze vetrose da cui defluiva verso canali invisibili, e uno zampillo d’acqua finissima scorreva dalla roccia stessa in un enorme bacino di vetro, blu notte, sul quale si muovevano luci color cobalto, e c’era una fontana arcobaleno che si levava per incontrare la danzante coda di cavallo acquatica.
Antonia S.Byatt “Zucchero ghiaccio vetro filato” p.147
Talvolta penso che non è una donna bensì una diavolessa, una sopai” mi ha confidato Tasurinchi. Non solo la faccenda dei figli gli fa sospettare che abbia un’anima diversa. Anche quei bracciali, quelle collane, quei diademi e quegli ornamenti che si mette. E, questo è vero, non ho mai visto nessuno che porti tante cose sul corpo e sulla cushma. Chissà come farà a camminare con tutto quel peso addosso. “Guarda cos’ha adesso” mi ha detto Tasurinchi. Ha fatto sì che la donna si avvicinasse e si è messo a indicare: sonagli di semi, filze di collane di ossa di pernice, denti di ronsoco, stinchi di scimmia, zanne di majaz, bozzoli di larve e molte altre cose che non ricordo.
“Dice che quelle collane la proteggono dallo stregone cattivo, il machikanari” mi ha raccontato Tasurinchi. “Ma a tratti, guardandola, si direbbe che sia semmai lei un machikanari e che stia preparando un maleficio contro qualcuno”. Lei , ridendo, ha detto che non credeva di essere strega nè diavolessa ma solo una donna, come tutte le altre.
Mario Vargas Llosa “Il narratore ambulante” p.43-44
Ma dopo un poco le meraviglie del paese incantato rimangono sempre uguali a se stesse. Nulla muta, nulla muore. Il ragazzo comincia a pensare al viaggio compiuto, poi con sempre più insistenza alla sua casa, ai suoi amici, alle sue colline. Finchè chiede al vecchio di lasciarlo tornare a rivedere per una sola volta la sua terra. Lui gli dona il suo cavallo bianco che non si stanca mai di camminare. Ma lo avverte di non porre mai piede a terra se vuole tornare da lei.
Arriva dove c’era il lago, ed al suo posto c’è un deserto di sabbia dorata, sul quale brillano miraggi di acqua che si dissolvono quando il viaggiatore si avvicina.
Trovai il paese mutato, diverso da come l’avevo lasciato e mi ci trovai a disagio, nonostante la bella ed entusiasmante accoglienza dei paesani.
Antonio Margariti “America! America!” p.81
Arriva dove c’era la miniera, e trova una grande montagna di detriti, ed al posto della miniera un grande buco. Si ferma a dormire di fianco alla montagna, ma sente delle voci lontane che lo chiamano. Appoggiando l’orecchio alla terra gli sembra di sentire le voci dei compagni, ed allora scappa impaurito.
Dopo aver camminato per dodici chilometri, arrivai a Ferruzzano, dove mi attendeva con ansia la mia famiglia; portai ai bambini una box di candy americani. Il maschietto, che non conoscevo perchè era nato dopo la mia partenza, lo trovai malaticcio e spirò quando aveva sei anni. Mancavo dal paese da quattr’anni, e lo trovai cambiato, ma in peggio: molti dei miei amici erano morti in guerra e nel paese non c’era vita, nè gioia.
Antonio Margariti “America! America!” p.72
Arriva dove si stendeva la foresta, e trova un arido deserto, dal quale spuntano pietre e ceppi disseccati, su di un ceppo è inchiodata con una roncola una lettera:
Io piuttosto che Dio mi toglia la vita qui mi contento de morire quando metto il primo piede in terra italiana che si sta più bene morire in Italia che qui vivo con questo brutto costume. Vi prego di darmi notizie di quei benedetti paesi che mi ricordo anche de notte, anche bene che qua non mi manca nulla se sembra tutti insensati qui si tratta solo che de notte si dice che c’è maghi e strigoni e poi anche frati masoni e poi non c’è stato neanche il diluvio universale c’è dei serpenti grandi come chapre nei boschi vicini.
Emilio Franzina “Merica! Merica!” p.161
Incontra lungo il percorso una donna, con un carretto pieno di scarpe sfondate. Una ruota del carretto è scivolata fuori dalla strada, e la donna non riesce a rialzarlo. Il ragazzo ha un attimo di dubbio, ma la donna lo prega in modo tale che lui impietosito scende da cavallo per aiutarla.
Adesso, dice Fitzcarraldo, tutto dipende dal nostro comportamento. Al tempo della prima spedizione, la nave venne preceduta dalla voce che si trattava di una specie di veicolo divino e che Viracocha, il dio bianco, era venuto per far uscire gli aguarunas dalla foresta vergine. Si suppone che gli aguarunas si siano spinti da queste parti provenendo dall’interno del Brasile trecento anni fa, avrebbero vagato per la foresta in lungo e in largo per dieci generazioni, è accaduto spesso che delle tribù siano diventate nomadi. Sì, conferma Jaime de Aguila, anche la loro lingua non appartiene a nessuno dei gruppi linguistici qui stabiliti; gli huambisas, i shapras, gli jivaros, sono famiglie totalmente diverse. Questi aguarunas, dice Fitzcarraldo, spinti da una credenza religiosa, partirono dunque alla ricerca di una terra senza morte e senza dolori, credendo che alla fine del loro errare un dio bianco, Viracocha, ve li avrebbe guidati.
Werner Herzog “Fitzcarraldo” p.81-82
La donna gli chiede se ha trovato le cose cambiate. Alla sua risposta gli spiega che ogni giorno vissuto nel paese dove non si muore mai corrisponde ad un anno vissuto nel mondo. Tutte quelle scarpe lei le ha consumate per cercare proprio lui. Ma anche lei si è sbagliata a corrergli dietro tutto questo tempo.
Avevano appuntamento proprio quel giorno, in quel luogo, e lui si è presentato puntuale.
- Appuntamento per fare che? Chiede il ragazzo.
- Per raccontare insieme a me questa storia. E adesso finalmente siamo tutti e due liberi.
Tu dove andrai?
- Il Paese dove non si muore mai è un paese dove non si vive mai. Voglio fermarmi qui con te.
- Non sei curioso di vedere cosa c’è oltre il fiume?
- La mia terra è quella su cui tu cammini.
E ripartirono insieme.
...Non si stancava di ascoltarmi. Mi faceva ripetere le stesse storie: “Così, quando te ne sarai andato, di nuovo mi racconterò io stesso quello che ora mi racconti” dicevi.
“Che squallida deve essere la vita di chi non ha, come noi, uno che parli loro” rifletteva. “Grazie a quello che mi racconti e come se quanto è accaduto riaccadesse più volte”. Ha svegliato con un colpo una delle sue figlie, che si era addormentata mentre io parlavo: “Ascolta, non sprecare queste storie, piccola. Conosci le cattiverie di Kientibakori. Impara i mali che ci hanno fatto e che possono ancora farci i suoi kamagarini”.
Mario Vargas Llosa “Il narratore ambulante” p.55
C’era una volta un piccolo paese ai piedi di una collina, nel quale viveva un ragazzo curioso cui piaceva ascoltare storie di luoghi lontani.
Un giorno decise e che piuttosto di lasciarsi morire come tutti i paesani nel luogo dove era nato, sarebbe andato in cerca di quel paese al di là del mare, e per spararla grossa disse che andava nel paese dove non si muore mai. Voltandosi indietro mentre andava a piedi verso la stazione guardò le case dove era cresciuto, dove vivevano tutte le persone che conosceva, e per un momento si chiese se le avrebbe più riviste. Ma poi si girò, e sistemandosi la cinghia dello zaino riprese la sua strada.
Il treno sbucò da una galleria e dal finestrino vide il mare, là in basso, ed allargarsi la grande città ed il porto. Scese alla stazione in mezzo ad un inferno di gente che correva, si chiamava, spingeva carretti e trascinava valigie. Lingue sconosciute, vestiti diversi, facce straniere, odori pungenti. Aveva qualche soldo da parte ad andò a mangiare in trattoria. Poi si incamminò a piedi verso il porto, contento e leggero, per arrivare giusto a mezzanotte all’imbarco. Quando si accorse che seguivano proprio lui fece appena a tempo a mollare per terra la valigia ed a guardare solo il riflesso della lama del coltello. Poi il vuoto, senza soldi e senza biglietto, e come in un sogno sentirsi ripetere che la guardia non poteva farci niente, che erano cose che capitavano, che si arrangiasse. Poi la calca, vederla almeno da vicino la nave che se ne andava portandosi via i suoi sogni, gente che salutava, che spingeva, la fila che saliva lungo la scaletta e lui preso in mezzo, l’ufficiale che conta anche lui, ed eccolo sulla nave. Nascondersi, prima che si accorgano che i conti non tornano, dentro un deposito, tra casse e valigie.
Il deposito comincia ad ondeggiare, da una parte e dall’altra. Non ci sono finestrini, ma c’è altra gente il ragazzo sta attento a non farsi notare, ma non c’è aria. Lo stomaco sembra salirgli in gola, sente tutti gli odori di cuoio, di legno, di vernice, di sale, di carbone. Poi qualcuno nel buoi del deposito vomita, e il ragazzo deve uscire, succeda quel che vuole, se resta lì dentro si sente morire.Fuori nessuno bada a lui. E’ un inferno, altro che trecento persone, sulla nave saranno almeno ottocento, e tutti che stanno male. Allora lui esce sul ponte. E lì si respira. Un cerchio di persone vestite strane stanno mangiando allegramente seduti sul ponte, parlando una lingua che non conosce. Qualcuno comincia a suonare e le ragazze ballano.
Finchè qualcuno, per primo, vede la terra dopo tanti giorni di orizzonte sempre uguale. Ed è di nuovo una gran confusione, il ragazzo scende dalla nave accodandosi ad una fila di facchini che scaricano bauli, e si trova in una grande città, ma finalmente al di là del mare. Un signore ben vestito di bianco gli dà anche la mancia, poi gli chiede se può portargli i bauli fino al teatro, e il ragazzo lo segue. Per la prima volta in vita sua vede un teatro, grande come una città in una città grandissima. Ed un via vai di scale e scalette come dentro la nave. E spiando da un finestrino il ragazzo vede il teatro riempirsi di signori, e poi l’opera, e vedendo il protagonista morire si ricorda la sua scommessa, e scappa via, nella notte, in cerca del paese dove non si muore mai.
Quando chiede qualcosa tutti gli rispondono a gesti che non capiscono. Finchè trova qualcuno che parla la sua lingua, e lo porta all’osteria, piena di uomini. C’è uno che fa un discorso, e cerca contadini disposti a lavorare in cambio di un pezzo di terra tutto per loro. Si tratta solo di disboscarlo, e il governo lo da in concessione perpetua. L’agenzia affitta gli attrezzi il cibo e le sementi, molti accettano.
Ma arrivati alla foresta il lavoro è durissimo, i
contadini muoiono per gli animali velenosi, le belve, gli indiani, le malattie.Un
giorno mentre l’albero gigantesco che sta tagliando si abbatte al suolo, il
ragazzo lo sente gridare e decide che quello non è il paese dove non si muore
mai. Lascia i compagni e riparte.
Arriva ad una montagna dove un fiume di persone si muove come attorno ad un formicaio. È una grande miniera di metalli preziosi. Qui, gli spiegano, c’è da lavorare per tutta una vita prima che si esaurisca la vena. Lui si ferma ed entra a far parte delle squadre di minatori che scendono sottoterra. Un giorno un suo compagno gli chiede di scambiare il turno, perché vuole andare a trovare una ragazza dopo il lavoro. Ma mentre l’amico è sotto al suo posto, si sente un’esplosione e poi un fumo nero esce dal pozzo, dentro al quale rimangono imprigionati i minatori. Il ragazzo rimane per un giorno intero steso sul letto a guardare il soffitto. Poi esce dalla baracca e senza salutare nessuno riparte in cerca del pese dove non si muore mai.
Sale una valle lungo le montagne, attraversando paesaggi stupendi, finchè arriva su di un altopiano, dove si stende un grande lago. Sul bordo del lago delle persone filtrano l’acqua per setacciare la sabbia. Si tratta del lago del re immortale. Il ragazzo sente un tuffo al cuore, forse ha trovato quello che sta cercando. Ogni anno il re del paese compie una cerimonia per rimanere immortale. Si cosparge di polvere d’oro, e poi con una barca si reca al centro del lago, dove getta nell’acqua grandi tesori e poi si bagna. L’acqua del lago è ritenuta miracolosa d a tutti i popoli intorno, che possono anche setacciarla per estrarne qualche pagliuzza dorata. Finchè il lago non sarà svuotato la vita del paese è garantita.
Il ragazzo aspetta il re alla cerimonia, e decide di fermarsi sulla riva del lago.Ma dopo un anno vede tornare il re, un po’ più vecchio ed un po’ più stanco. Decide allora di ripartire.
Sale su di una montagna, ed arrivato ai piedi di un ghiacciaio vede aprirsi una porta. Entra e percorre un lungo viaggio sotto il ghiacciaio, tra pareti bianche scintillanti, finchè arriva ad uno splendido palazzo sulla cima di una montagna, dove lo accoglie un vecchio. E’ il magico custode del paese dove non si muore mai.
Ma dopo un poco le meraviglie del paese incantato rimangono sempre uguali a se stesse. Nulla muta, nulla muore. Il ragazzo comincia a pensare al viaggio compiuto, poi con sempre più insistenza alla sua casa, ai suoi amici, alle sue colline. Finchè chiede al vecchio di lasciarlo tornare a rivedere per una sola volta la sua terra. Lui gli dona il suo cavallo bianco che non si stanca mai di camminare. Ma lo avverte di non porre mai piede a terra se vuole tornare da lei.
Arriva dove c’era il lago, ed al suo posto c’è un deserto di sabbia dorata, sul quale brillano miraggi di acqua che si dissolvono quando il viaggiatore si avvicina.
Arriva dove c’era la miniera, e trova una grande montagna di detriti, ed al posto della miniera un grande buco. Si ferma a dormire di fianco alla montagna, ma sente delle voci lontane che lo chiamano. Appoggiando l’orecchio alla terra gli sembra di sentire le voci dei compagni, ed allora scappa impaurito.
Arriva dove si stendeva la foresta, e trova un arido deserto, dal quale spuntano pietre e ceppi disseccati, su di un ceppo è inchiodata con una roncola una lettera:
Io piuttosto che Dio mi toglia la vita qui mi contento de morire quando metto il primo piede in terra italiana che si sta più bene morire in Italia che qui vivo con questo brutto costume. Vi prego di darmi notizie di quei benedetti paesi che mi ricordo anche de notte, anche bene che qua non mi manca nulla se sembra tutti insensati qui si tratta solo che de notte si dice che c’è maghi e strigoni e poi anche frati masoni e poi non c’è stato neanche il diluvio universale c’è dei serpenti grandi come chapre nei boschi vicini.
Incontra lungo il percorso una donna, con un carretto pieno di scarpe sfondate. Una ruota del carretto è scivolata fuori dalla strada, e la donna non riesce a rialzarlo. Il ragazzo ha un attimo di dubbio, ma la donna lo prega in modo tale che lui impietosito scende da cavallo per aiutarla.
La donna gli chiede se ha trovato le cose cambiate. Alla sua risposta gli spiega che ogni giorno vissuto nel paese dove non si muore mai corrisponde ad un anno vissuto nel mondo. Tutte quelle scarpe lei le ha consumate per cercare proprio lui. Ma anche lei si è sbagliata a corrergli dietro tutto questo tempo.
Avevano appuntamento proprio quel giorno, in quel luogo, e lui si è presentato puntuale.
- Appuntamento per fare che? Chiede il ragazzo.
- Per raccontare insieme a me questa storia. Il paese dove non si muore mai è il paese dove non si vive mai. Adesso finalmente siamo tutti e due liberi.