CIAN BOLPIN
Da Carlo Felice Wolff, I Monti Pallidi
Cian Bolpėn, cacciato dal castello, era andato errando di qua e di lā, finché era giunto a Canazéi, dove una vecchia contadina l'aveva raccolto e tenuto con sé Prima che un anno fosse passato, la vecchia poté servirsi di lui come pastore, e il ragazzo se ne stava da mane a sera, con le capre a lui affidate, nel bosco di Pecedāz. Il suo vigore, la sua agilitā crescevano di giorno in giorno; per riprendere le capre smarrite si arrampicava sulle rocce pių erte meglio d'uno scoiattolo.
Accadde che il Comune di Canazéi ebbe bisogno d 'un pastore per le sue pecore; e quest'incarico venne affidato a Cian Bolpėn, come un tempo a suo padre. Il Regolān ( capo del comune) , gli disse:
- Quest'anno le nostre pecore andranno a pascolare sotto il Sass de Saléi e nella VaI Lastėes. Ora le nevi son giā sciolte; va lassų per farti un'idea esatta dei luoghi, poi ritorna da me e comincerai il tuo servizio.
La mattina seguente Cian Bolpėn s'incamminō, risalendo il corso del torrente Antermōnt. Si trattenne un poco a Mortėz, per vedere alcuni amici; poi proseguė fino all'estremitā del bosco, dove cominciano le rocce del Sass de Salči, e si fermō a guardare la parete che sale a picco sul bosco. In mezzo alle rocce, a grandissima altezza, si apriva un piccolo spazio erboso che sembrava assolutamente inaccessibile. Su questo praticello comparve a un tratto una ragazza vestita d'azzurro, con un fagotto di biancheria fra le braccia. Stese la sua biancheria sull'erba, un pezzo dopo l'altro, e poi scomparve, come se fosse entrata nella montagna attraverso un invisibile passaggio.
Cian Bolpėn fu molto sorpreso di quella inattesa apparizione. Sparita la ragazza, lo prese una curiositā irresistibile di andar a vedere se lassų ci fosse una casa e chi ci abitasse. Si mise in cammino e per sette ore si arrampicō fra le rocce, prima di arrivare alla méta.
Ma ci arrivō alla fine; e allora si accorse con meraviglia che il prato era pių grande assai e pių bello di quel che non sembrasse visto dal basso. Alcune porte, tagliate con arte nella roccia, erano aperte su corridoi che conducevano nell'interno della montagna.
Mentre Cian Bolpėn si guardava attorno, senza saper che pensare di quelle belle cose, inattese a tale altezza vertiginosa, riapparve la ragazza vestita d'azzurro, che fu pių meravigliata di lui nel vederlo lassų.
- Come avete fatto per arrivare fin qui ? gli domandō.
- Sono venuto su per le rocce, rispose Cian Bolpėn, e sono molto contento di vedere il luogo dove abitate, perché mi pare bellissimo.
- Chi siete ? chiese ancora la fanciulla .
- Sono un pastore.
- Fatemi vedere la mano.
Cian Bolpėn tese la mano; la ragazza cominciō a guardare tutti i segni attentamente, e mostrava molto stupore.
- Non mi e mai capitato i vedere una mano come la vostra. Č piena di contraddizioni. C'č una linea di volpe e una di cane; ma questa č una linea di principe, ed ecco qui, - esitō un momento perché non poteva credere ai suoi occhi, - ecco una linea di Sole! Non potete capire quanto sia grande la vostra fortuna. Vado subito a chiamare donna Chenina.
- Chi č donna Chenina ? chiese il pastore .
- Č la padrona di questo palazzo e di tutta la montagna. Non vuol vedere mai nessuno: ma mi ha detto di chiamarla, se viene un uomo che abbia la linea del Sole, perché quello č predestinato per essere suo sposo.
E vedendo la faccia stupita del giovinetto, la ragazza soggiunse:
- Sarete anche pių sorpreso quando vi troverete davanti a donna Chenina, perché č la donna pių bella che si possa vedere.
E la ragazza scappō via.
Quando Cian Bolpėn si trovō al cospetto di donna Chenina restō senza parola: tanto grande e meravigliosa era la bellezza di lei. La splendida donna sorrise, vedendo la confusione di Cian Bolpėn; gli diede la mano e lo condusse nel palazzo, invitandolo a rimanere.
C'erano molte cose strane nel palazzo di donna Chenina. Pių di tutto piacquero a Cian Bolpėn alcuni grandi - vasi d'argento, riempiti di terra, nei quali crescevano fiori cosė grandi e di colori cosė belli, come mai prima d'allora ne aveva veduti. Cosa pių strana ancora, si vedevano dappertutto nelle sale buchi larghi e rotondi Cian Bolpėn si domandava a che cosa potessero servire
In un
giorno di vento doveva esserci un bel soffiare dentro il palazzo. Ma, curioso a
dirsi, non tirava mai vento lassų.
Donna
Chenina e Cian Bolpėn si sposarono. Ŧ Come m'invidierebbero i miei amici se lo
sapessero! ŧ pensava Cian Bolpėn. Quando stava a godersi il sole nel bel
praticello verde, e guardava gių nella valle boscosa di Mortėz e nelle verdi
campagne di Canazéi, gli tornavano alla mente i tristi tempi della sua
prigionia e della sua miseria, e benediceva il caso che l'aveva condotto fino a
donna Chenina. Cosė visse molto tempo felice e tranquillo.
Una notte
Cian Bolpėn ebbe un sogno molto strano.
Gli parve
di venir investito e travolto da una valanga;
ma ecco,
all'improvviso, la valanga si spaccava, donna Chenina appariva e gli dava la
mano per trarlo fuori dalla neve. E la neve tutt'intorno si copriva di
bellissimi fiori, proprio gli stessi dei vasi d'argento. La mattina, appena
svegliato, Cian Bolpėn raccontō il sogno alla moglie, che sapeva molto savia,
sperando averne da lei una spiegazione. Ma donna Chenina gli disse soltanto, un
po' di cattivo umore:
- Non eri
abbastanza ben coperto e hai preso freddo. Farō attenzione che questo non
avvenga pių, altrimenti ti potresti ammalare.
Poco tempo
dopo Cian Bolpėn ebbe un altro sogno simile; e questa volta sentė tanto freddo
che si svegliō.
Alla luce
della luna che penetrava nella stanza, Cian Bolpėn vide che il letto ov'egli
dormiva era un letto di neve.
Non
credendo ai suoi occhi, lo toccō con le mani; era proprio neve e pareva caduta
di fresco. Ebbe un brivido e fece l'atto di balzarne fuori. Ma in quel momento
donna Chenina si svegliō e gli mise una mano sugli occhi , dicendogli :
- Dormi,
maritino mio, dormi.
E subito
egli cadde in un sonno di piombo.
Quando si
destō era giorno chiaro. Raccontō alla moglie la sua strana impressione di
quella notte; ma donna Chenina si burlō di lui e volle fargli credere che aveva
sognato. Allora Cian Bolpėn capė che in quel palazzo c'erano dei misteri che
sua moglie voleva nascondergli; e si promise di non dir pių nulla, ma di
osservare in silenzio e cercar di capire da sé. Cosė passō ancora un po' di
tempo.
In una
notte di luna piena Cian Bolpėn si svegliō con la solita sensazione di freddo,
e di nuovo si trovō a giacere sopra un mucchio di neve. Questa volta riuscė ad
alzarsi senza far rumore, e a gettare uno sguardo intorno a sé. Dei bei fiori
variopinti non c'era pių traccia: i vasi d'argento erano pieni di neve e di
ghiaccio. A un tratto si sollevō un gran rumore come di vento furioso, che andō
sempre crescendo e fece tremare tutto il palazzo.
Ma a
questo punto si svegliō anche donna Chenina, disse subito le stesse parole dell'altra
notte e anche questa volta Cian Bolpėn si sentė vincere da un sonno
irresistibile.
La mattina seguente la stanza degli sposi era calda e tranquilla come sempre, e nei vasi d'argento i fiori d'ogni colore fiorivano pių belli che mai. Cian Bolpėn non disse nulla, ma da quel giorno cominciō a provare, nel suo magnifico palazzo, un senso di disagio. Cosė accadde che rinacquero in lui ricordi da lungo tempo sopiti. E, in una bella sera, nell'ora in cui le ultime luci del tramonto facevano avvampare le pareti del Pordōi, Cian Bolpin sentė una nostalgia cosė forte, che si decise a dire alla moglie il suo desiderio di scendere a Mortėz e a Canazči, per rivedere i suoi conoscenti. Donna Chenina ne fu assai sorpresa e rattristata, e tentō di distoglierlo da questo pensiero. Cian Bolpėn non volle insistere per il momento, ma ormai aveva la sua idea fissa, e donna Chenina non tardō ad accorgersene. Intelligente com'era capė che la resistenza era inutile, e che doveva lasciarlo andare.
- lo so perché sei di cattivo umore, gli disse, prendendogli affettuosamente la mano: ti dispiace che io non ti dia nessuna spiegazione sulle cose misteriose che hai osservato qui. Ma credimi, l'ho fatto solo per amor tuo. I segreti della mia casa sono molto semplici; tu ne sei curioso, ma quando saprai di che si tratta sarai deluso.
Ed č questa delusione che volevo risparmiarti. Quanto alla tua discesa nella valle, va pure, se ci tieni tanto. Ti avverto perō che non ne avrai un piacere grande, perché le persone che conoscevi sono tutte morte da un pezzo.
Cian Bolpėn fece un viso spaventato e domandō:
- Che cosa č mai accaduto ?
- Nulla č accaduto: ma tu sei stato con me pių tempo assai di quel che credi.
Cian Bolpėn disse:
- Son venuto al principio dell'estate; l'estate non č ancora finita, dunque non possono esser passati pių di due mesi .
Donna Chenina sorrise :
- Ti sbagli, amico mio. Ogni notte quassų dura nove mesi. Noi dormiamo sempre per tre stagioni e siamo desti solamente d'estate. Ecco perché tu credi che sia sempre la stessa estate.
Cian Bolpėn fu sorpreso altre ogni dire, e cominciō
a comprendere il mistero delle nevi notturne. Ma non per questo abbandonō la sua idea di scendere nella valle.
- Va dunque, gli disse donna Chenina, poiché assolutamente lo vuoi. E prendi questo anello: se non riuscirai a trovar la strada per tornare da me, gettalo in aria, e io ti sarō subito vicina.
Con queste parole lo lasciō andare.
Quando Cian Bolpėn arrivō nella valle, dovette riconoscere che donna Chenina gli aveva detto la veritā. Molte cose erano cambiate laggių: nuove case erano state costruite, gli amici suoi erano scomparsi, i nuovi viventi non lo conoscevano. Solo una vecchietta gli disse che, quando era giovane, aveva sentito raccontare dai vecchi d'allora la storia d'un pastore chiamato Cian Bolpėn, che s'era perduto nella montagna e non era stato pių ritrovato malgrado molte ricerche. Questo era il solo ricordo che fosse rimasto di lui. Cian Bolpėn capė che egli era ormai uno straniero fra quella gente e che il meglio che gli restasse da fare era di tornare al pių presto da donna Chenina. E riprese la via verso Mortėz.
Per l'appunto era un giorno di festa e a Mortėz s'era radunato un buon numero di giovani; i pių erano falciatori e falciatrici che lavoravano al fieno nei prati delle montagne vicine. Quando videro passare Cian Bolpėn lo chiamarono, perché si unisse a loro e restasse quel pomeriggio in loro compagnia. Cian Bolpėn accettō volentieri e, per alcune ore, prese parte ai loro giuochi. In un crocchio di giovanotti si cominciō a parlare di donne. Quelli che avevano una fidanzata, o erano sposati da poco, sostenevano che la loro eletta era la pių bella di tutta la valle. La discussione diventō vivace, e qualcuno propose di riunire tutte le loro donne, per decidere insieme quale fosse la pių bella. Cominciarono a chiamare le ragazze e a fare delle scommesse. Cian Bolpėn aveva ascoltato in silenzio, e a questo punto si mosse per andarsene. Ma un giovane lo fermō e lo invitō a scommettere anche lui Cian Bolpėn non voleva. L 'altro insistette e gli domandō se non avesse una fidanzata. Cian Bolpėn rispose che era ammogliato da un pezzo. Tutti furono meravigliati.
- Cosė giovane č giā ammogliato! si disse intorno a lui. E gli chiesero dove fosse sua moglie.
- Č su quella montagna, rispose Cian Bolpėn, indicando il Sass de Saléi.
- Va a prenderla, proposero parecchi giovani.
- No, no davvero, rispose Cian Bolpėn.
Qualcuno allora disse in tono canzonatorio :
- Si capisce il perché. E tutti risero. Ma Cian Bolpėn li guardō con compassione.
- Povera gente! Ringraziate il cielo se mia moglie non viene, ché tutti perdereste le vostre scommesse.
Non l'avesse mai detto. Tutti, specialmente le fanciulle, cominciarono a dargli sulla voce. Gli davano del vanesio, dello sciocco millantatore, dell'impertinente, del bugiardo. E tanto lo vilipesero e tanto lo stuzzicarono, che alla fine egli perdette la testa e, levatosi l'anello dal dito, lo gettō in aria.
L 'effetto fu immediato: donna Chenina comparve subito accanto a lui, splendente di pių che umana bellezza.
Ci fu un momento di stupore. Tutti dimenticarono le scommesse e restarono estatici a guardare la bellissima apparizione .
Ma donna Chenina era molto in collera, e disse severamente a Cian Bolpėn.
- Poiché fai di queste sciocchezze e mi chiami per mettermi in mostra, io mi riprendo l'anello.
E senza dir altro, glielo tolse dal dito e si allontanō.
Cian Bolpėn le corse dietro, ma non riuscė a raggiungerla e in pochi momenti la perse di vista. Allora prese la via del Sass de Salči, pensando di salire al palazzo per la stessa strada che aveva seguėto la prima volta, molti anni prima. Ma per quanto si provasse non gli riuscė ad arrampicarsi per la difficilissima parete; e dopo molti faticosi e inutili tentativi, si decise a tornar gių e a passare la notte in un tabiā {fienile). La mattina dopo ritentō l'ascensione: ma ogni prova fu inutile. Da qualunque parte volesse salire, si trovava sempre davanti a qualche ostacolo insormontabile.
Quando si accorse che la salita era impossibile, decise di abbandonarne l'idea; e cominciō ad andare attorno per boschi e per prati, nella speranza di trovare qualcuno che gli indicasse una via per arrivare al palazzo di donna Chenina. Cosė fece per parecchi giorni.
Una sera, colto dal temporale sul Costōn de Santaria, si rifugiō in un boschetto di barānce (piccoli pini di alta montagna). Dal suo riparo gli parve di udire alcune voci a poca distanza, e guardandosi attorno finė col vedere, sedute sopra una roccia, tre strane e selvagge figure, circondate di fiammelle verd'azzurrognole che saltellavano loro intorno. Cian Bolpėn pensō che fossero Numes {stregoni) e si affrettō ad allontanarsi per non essere veduto, scendendo per la montagna. Intanto la pioggia veniva gių a torrenti, cosė che Cian Bolpėn fu costretto a ripararsi sotto la sporgenza di una roccia. Anche questa volta udė parlare vicino a sé. In una spaccatura della roccia, sotto di lui, s'era rifugiato un cacciatore con due cani. I cani mugolavano e ringhiavano e Cian Bolpėn, che da bambino aveva vissuto qualche tempo coi cani e aveva imparato la loro lingua, capiva tutto quel che dicevano. La loro conversazione gli parve interessante, perché comprese subito che parlavano delle tre figure che aveva veduto poco prima: tese l'orecchio per non lasciarsi sfuggire nulla.
- Che tempo da lupi! diceva il cane pių vecchio.
Certo i Tarluičres sono in giro a quest'ora. Sta attento, vedrai che fra poco brucia qualche cosa.
- Sė, il mio fiuto li sente, rispose il cane giovane;
devono essere proprio vicini.
- Quelli sono fortunati, disse il primo cane; non hanno bisogno di andare come noi zampettando fra i sassi: prendono lo snigolā e volano per l'aria.
- Che cosa č lo snigolā ?
- Non lo sai ? Č un mantello grigio che serve a volare. I Tarluičres se lo mettono quando vogliono appiccare il fuoco in qualche parte. Se il nostro padrone l'avesse, in un momento potrebbe volare fino a casa e portarci con se.
- E non si potrebbe riuscire a prendere uno di questi preziosi mantelli?
- Gli uomini potrebbero, ma non sanno come si deve fare. Questo sarebbe un momento buono, per esempio. Quando un Tarluičr torna da una delle sue gite per l'aria, si toglie lo snigolā e comincia a raccontare ai compagni che cosa ha incendiato. Allora č facile avvicinarsi pian piano, prendere il mantello e volar via.
Ŧ Ho veduto molte cose strane nella mia vita, ma una strana come questa non mi era ancora capitataŧ, pensava Cian Bolpėn.
E decise d'impadronirsi del mantello magico, che gli pareva il solo mezzo per arrivare al palazzo di donna Chenina.
Eccolo di nuovo in cammino verso il luogo dove aveva veduto i tre Tarluičres. Era molto buio, il tuono brontolava in lontananza, grossi nuvoloni neri si addensavano sul Larsčc: una vera tempesta era scatenata sul Costōn.
Ma anche al buio Cian Bolpėn riuscė a ritrovare il luogo che cercava. Dei tre compagni ne mancava uno. Arrivō pochi minuti dopo, gettō in un cespuglio il suo mantello, si sedette sulla roccia e raccontō che aveva scagliato un fulmine sul Pian de Ciampedčl e che una casa si era incendiata. Gli altri non furono soddisfatti e sostennero che si doveva cominciare da Penėa. Nacque una discussione vivace e Cian Bolpėn pensō che fosse venuto il momento buono; si avvicinō con precauzione, prese il mantello, se l'avvolse intorno e pensō: Ŧ Vorrei essere a Canazči ŧ. Si sentė portato attraverso l'aria pių ratto del fulmine, e in meno che non si dica si trovō a Canazči.
Cian Bolpėn era felice: appena si fosse fatto giorno sarebbe volato da donna Chenina. Passō la notte in un fienile e al mattino si avvolse nel suo mantello ed espresse il desiderio di essere nel palazzo di donna Chenina: ma questa volta non si mosse neppure di un passo. Ed ebbe un bel ripetere il suo desiderio, era come se i piedi gli si fossero incollati al suolo.
Ŧ Il mantello ha perduto il suo potere, o non mi ubbidisce pių ŧ, pensō Cian Bolpėn.
Per farne la prova, desiderō di essere sulla vetta del Vernčl; immediatamente fu trasportato a volo nel luogo indicato e tornō indietro con la stessa facilitā. Fece ancora qualche altro esperimento e presto dové constatare cOn gran disappunto che il mantello fatato poteva portarlo in qualunque luogo, fuor che al palazzo di donna Chenina
Passarono nove mesi In un giorno caldo d'estate, Cian Bolpėn andava camminando per la Ciapiaia, una contrada ombrosa e fresca. Cosė andando, arrampicandosi di qua e di lā, capitō davanti alla tana di una volpe. Tre volpacchiotti gli corsero incontro senza alcun timore. Cian Bolpin scherzō con loro e, pensando che volpi e cani sono stretti parenti, provō a parlar loro nella lingua dei cani.
Infatti lo capirono benissimo e cominciarono subito un animato chiaccherėo. Cian Bolpėn tirō fuori dal sacco a spalla un pezzo di lardo, ne tagliō la cotenna e la gettō ai volpacchiotti, che cominciarono a disputarsela rumorosamente Arrivō la mamma volpe, la quale fu felice di trovar qualcuno con cui poter parlare e che trattasse con tanta gentilezza i suoi piccoli ciocciolōns, com'essa li chiamava. Cian Bolpėn e la volpe cominciarono a chiacchierare amichevolmente. Il sacco era rimasto a terra, aperto: Cian Bolpėn ne tirō fuori lo snigolā e lo mostrō alla volpe, che ne conosceva benissimo il potere.
- Quello che non posso capire, disse Cian Bolpėn, č perché il mantello mi porti in qualunque luogo ad eccezione di quell'unico che mi sta a cuore.
- Come si chiama il luogo dove vuoi andare? chiese la volpe.
- Č il palazzo di donna Chenina; il nome del luogo non lo conosco.
- Ecco la ragione, disse la volpe. Lo snigolā porta solamente nei posti dei quali si dice chiaramente il nome.
Di questo son sicura, me l'ha detto un Tarluičr .
- Non avrō pace finché non abbia scoperto questo nome. Tu non lo sai per caso?
La volpe ci pensō un poco e il nome le tornō alla mente. Ma si disse: Ŧ Che ragione ho io di aiutare costui? ŧ. E rispose che non lo sapeva.
Ecco dunque il povero Cian Bolpėn mettersi alla ricerca di quel nome, domandandolo a tutte le persone che incontrava sul suo cammino. Ma nessuno glielo sapeva dire.
Un giorno, andando da Mortėz a Pecōl, si trovō a dover traversare il Ru de Jetries, un torrente che scorre profondamente incassato fra le rocce. Gių nel fondo vide muoversi un omettino, che cercava di nascondersi dietro una cascatella. Lo raggiunse e lo riconobbe per un Morchie, cioč un Nano. Ce n'erano molti di questi Nani nei boschi e fra le rocce di qua e di lā dal Ru d' Antermōnt Cian Bolpėn, che aveva udito parlare della saggezza dei Morchies, pensō di trar partito da quell'incontro fortuito;
gli raccontō la storia dello snigolā e gli chiese se non sapesse il nome del luogo abitato da donna Chenina.
- Č strano, rispose il Morchie. Conosco benissimo tutti i luoghi intorno al Ru d' Antermōnt e i loro nomi, conosco il Sass de Salči e il Sass de Pordōi, il Sass Beccč, il Sass de Moles e la Pela de Micčl; so altri ventun nomi della VaI de Lastėes, ma come si chiama il palazzo di pietra di donna Chenina non saprei dirtelo
Cian Bolpėn perdette la sua ultima speranza:
- Se non lo sai tu, non lo saprā nessuno.
- Fa ancora una prova, gli consigliō il Nano dopo aver
riflettuto un poco. Aspetta che venga un grosso temporale, e allora di sera,
sali sulla Risola; molto probabilmente vedrai salire il Mōrtoj: appena lo vedi,
corrigli dietro senza
fermarti, e se esso sale per le rocce sali dietro di lui, finché tu non lo veda
sparire. Chi sa che in questo modo non arrivi a sapere quel che desideri.
Cian
Bolpėn ringraziō il Nano e, animato da nuOva speranza, si mise ad aspettare una
notte di temporale.
Finalmente
ecco, la sera di una delle pių lunghe giornate estive, scatenarsi una tremenda
tempesta. I tuoni erano cosė forti, che pareva che il Sass de Saléi dovesse
tutto crollare. Cian Bolpėn, felice, si affrettō verso la Risola, che č il
punto di biforcazione della via che conduce a destra al passo di Pordōi e a
sinistra al giogo di Sella. Arrivato alla Risola, Cian Bolpėn si fermō, e
aspettō sotto la pioggia, nell'oscuritā pių profonda, l'apparizione del Mōrtoj.
Ecco dopo un po' di tempo una forma confusa e rossastra sollevarsi pian piano
verso le cime degli alberi. Quando il fantasma fu al disopra del bosco, Cian
Bolpėn vide che somigliava a una bena, cioč ad una carrozza a cesta, nella
quale si aprivano molti occhi di fuoco.
L
'apparizione cominciō a salire lentamente verso il monte, sempre librandosi al
di sopra del bosco, e spalancando verso Cian Bolpėn i suoi occhi fiammeggianti.
Ma Cian Bolpėn non si lasciō spaventare e le tenne dietro coraggiosamente. Il
peggio fu quando arrivarono alla roccia: la pioggia cadeva a scroscio,
l'oscuritā era pių fitta che mai e solo la debole luce diffusa dal Mōrtoj
lasciava intravedere il profilo delle rocce. Era impossibile andare avanti: il
fantasma continuō a salire e in breve sparė, e Cian Bolpėn si fermō per
aspettare che sorgesse la luna. Al lume della luna poté arrampicarsi ancora
fino a una parete di roccia, ripidissima, ma qui si dovette fermare. La
tempesta imperversava pių violenta che mai; la luna era nascosta fra le nuvole,
le rocce battute dalla grandine. Verso l'alba il temporale cominciō a calmarsi,
e la prima luce rivelō a Cian Bolpėn che si trovava sulla Costa dal Vent, un
luogo molto elevato sulla fronte del Sass del Pordōi.
Arrampicandosi
ancora un poco, capitō in una gheba, un ammasso densissimo di nubi, che era
rimasto sulla parte della parete rocciosa riparata dal vento. A un tratto
scoperse, nelle rocce, una rozza porta di legno, fatta con tronchi d'albero
tagliati. Provō ad aprirla; e ci riuscė, ma con grandissimo sforzo, perché era
molto pesante. Si trovō in una vasta caverna. Vicino a un focolare era seduta
una donna di statura gigantesca, intenta a soffiare nel fuoco, dal quale faceva
sollevare un nugolo di scintille. Vedendo entrare Cian Bolpėn si volse e
spalancō gli occhi per la meraviglia .
- Che vuoi
tu qui, piccolo uomo? Sai che se ti trova mio marito di fa a pezzi?
- Chi č
tuo marito? chiese Cian Bolpėn.
- Mio
marito č il Gigante delle tempeste. Ha lavorato fuori tutta la notte e ora sta
per tornare.
Aveva
appena finito di parlare che si udė un fragore d'uragano, come se un ciclone
stesse per abbattersi sulla caverna.
- Presto,
presto, nasconditi! esclamō la donna.
Cian
Bolpėn con un salto fu dietro una catasta di legna; e la donna vi gettō sopra
dei panni, per nasconderlo meglio.
Subito
dopo il Gigante arrivō. Appena entrato si guardō intorno e disse
sospettosamente:
- Sento
odore di carne umana. Un uomo č stato qui, e forse c'č ancora.
E poiché la donna, impacciata, non sapeva rispondere, cominciō a rovistare ogni angolo della caverna. Ma, prima d'essere scoperto, Cian Bolpėn saltō fuori e disse:
-- So che sei il Gigante delle tempeste; e siccome anch'io mi trovo molto volentieri in mezzo ai temporali, fra la grandine e la neve, vorrei entrare al tuo servizio.
Il Gigante si mise a ridere rumorosamente, e disse con disprezzo:
- Tu vuoi entrare al mio servizio, povero omiciattolo. Non sai che per lavorare con me bisogna saper volare ?
- lo volo meglio d'un uccello, rispose Cian Bolpėn.
- Quand'č cosė, disse il Gigante, ti metterō alla prova per vedere di che sei capace.
Cian Bolpėn disse che n'era contento. Si riposarono un poco e poi il Gigante disse :
- Ora scenderemo nel bosco di Mortėz. Gli uomini laggių sono in lite per una piccola striscia di bosco:
noi l'abbatteremo. Va avanti tu e comincia a lavorare.
Cian Bolpėn tirō fuori dal sacco lo snigolā, se lo mise sulle spalle e volō a Mortėz. Riconosciuta la striscia di bosco che si doveva abbattere, volō d'albero in albero e, afferrandoli per le cime, li strappō tutti uno dopo l'altro. Quel luogo si chiama ancor oggi Pian de Fratāces, cioč Campo degli alberi spezzati.
Quando arrivō il Gigante, trovō fatto anche pių di quanto aveva ordinato. Ne fu sorpreso, e non poté nascondere la sua soddisfazione. Tornarono insieme alla caverna, dove la Gigantessa aveva giā preparata la cena.
Tutti e tre si sedettero a tavola; il Gigante raccontō alla moglie come si fosse portato bene il suo nuovo aiuto, e poi disse :
- La prossima gita sarā al palazzo di donna Chenina.
lmmaginate il sussulto di gioia di Cian Bolpėn. E immaginate la sua delusione quando il Gigante aggiunse:
- Questa volta non potrō condurre con me il ragazzo.
- Perché domandō la moglie.
- Perché donna Chenina mi ha detto chiaro che ha bisogno di star tranquilla e non vuol vedere gente nuova in casa sua.
La donna allora chiese quale fosse il suo lavoro nel palazzo di donna Chenina.
- C'č molto da fare, rispose il Gigante. Quando arrivo io, il palazzo č pieno di neve e di ghiaccio. A me tocca di far sgelare tutto e badare che le acque scorrano via regolarmente e che la casa intera ritorni asciutta e pulita.
Cian Bolpėn avrebbe voluto far anche lui qualche domanda, ma pensō che fosse pių prudente aspettare e tacere. E se ne trovō bene.
Il Gigante disse che era ora di dormire, e indicō a Cian Bolpėn un angolo nel fondo della caverna dove poteva stendersi. Cian Bolpėn si addormentō subito.
Si svegliō ch'era ancora notte. La moglie del Gigante era in piedi accanto a lui, con una fiaccola in mano, e gli diceva :
- Alzati subito e preparati a volar via. Mio marito parte adesso per il palazzo di donna Chenina. Tu attaccati al suo calcagno; egli non si accorgerā di niente e ti porterā con sé. Fa bene attenzione a quel che vedi in questo viaggio e al ritorno mi racconterai tutto.
Cian Bolpėn non se lo fece ripetere due volte. Si alzō, prese lo snigolā e sgattaiolō
fuori della porta senza che il Gigante lo vedesse. Quando quegli uscė e prese
il volo, Cian Bolpėn si appese al suo tallone e volō via con lui. Poco tempo
dopo atterrarono nel prato davanti al palazzo di donna Chenina. Il Gigante
entrō per una delle porte, e Cian Bolpėn dietro, in punta di piedi. Il palazzo
era pieno di neve, dappertutto c'era un freddo glaciale.
Cian
Bolpėn si aprė faticosamente la via attraverso la neve e andō di sala in sala,
finché arrivō in quella dove dormiva donna Chenina. Lė si nascose e, tremando
di freddo, aspettō il mattino.
Passato un
po' di tempo, il freddo cominciō a diminuire, si levō un vento caldo, che andō
crescendo fino a diventare fortissimo; soffiando a turbine per tutto il palazzo
faceva sollevare un polverėo di neve. La neve cominciō a sciogliersi; le acque
raccogliendosi scorrevan via e precipitavano nei fori dei pavimenti; un gran
fragore d'acqua scrosciante risonava per tutte le sale e le stanze. Il vento
caldo continuava a soffiare, finché tutte le nevi furono sciolte, tutte le
acque scolate e l'intero palazzo fu asciutto e pulito. .
Ed ecco,
nei bei vasi d'argento i fiori cominciarono a spuntare e ad aprirsi, freschi e
variopinti.
Sorgeva il
mattino, il vento era cessato e la stanza da letto era diventata tepida e
tranquilla; come Cian Bolpėn l'aveva sempre trovata al suo risveglio, in quel
tempo felice, nel quale non gli era ancora venuto il pensiero, che ora gli
pareva assurdo, di andarsene via e lasciare la sua bellissima sposa.
Mentre
andava cosė ricordando il passato, Cian Bolpėn pensō che fra poco donna Chenina
si sarebbe destata.
Allora
prese uno dei vasi d'argento, lo pose vicino al letto e tornō a nascondersi
Donna Chenina si svegliō, e, vedendo il vaso fiorito, cominciō a parlare fra sé
a mezza voce:
- Chi puō
aver messo questi fiori vicino a me? Son proprio i fiori che pių degli altri
piacevano a Cian Bolpėn; č strano, mi pare d'avere l'impressione che egli non
sia lontano. Povero Cian Bolpėn, che sarā di lui? L 'ho trattato troppo
duramente; in veritā mi ha fatto andare in collera una volta sola e la sua
colpa non era poi molto grave. Gli uomini non possono essere perfetti.. Bisogna
che io mandi a cercarlo: certamente da solo non puō ritrovare la strada.
A questo
punto Cian Bolpin saltō fuori dal suo nascondiglio, esclamando:
- Eccomi,
son qui. E ho trovato da solo la strada per tornare da te.
Donna
Chenina lo accolse con grande gioia, e, da allora in poi, vissero insieme
felici .